8 marzo

+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-15)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

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pecorelli1«In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: “Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?”».

Il digiuno è una consuetudine, un uso religioso. Nell’Antico Testamento è anche descritto come il segno esteriore di una profonda conversione del cuore. C’è un rischio, però, da evitare: il digiuno non può mai diventare una pratica religiosa fine a se stessa. Gesù vuole altro dai suoi discepoli: crescano in santità e, nello stesso tempo, abbiano una carità quasi infinita verso i propri fratelli. I discepoli di Gesù non avevano bisogno di digiunare, già lo facevano di fatto. Andavano da paese a paese con grande dispendio di energie, camminando, faticando, vivendo la povertà, affidandosi al Padre che li nutriva come faceva con gli uccelli dell’aria. Vivevano la sobrietà, una virtù che, in questo nostro tempo dove l’eccesso e l’apparenza sembrano diventate la regola, dovremmo riscoprire, ancora di più in Quaresima. I discepoli erano dispensati da ogni forma religiosa di digiuno perché dovevano camminare sempre, peregrinando da un luogo ad un altro. Dovevano fare la carità nella sua forma più alta: portare la Parola di Gesù ai fratelli e donare loro una vita nuova di gioia infinita. E noi quante volte parliamo di Gesù a scuola, nei luoghi di lavoro, in un bar dove incontriamo gli amici?

Commento a cura di Giuseppe Pecorelli, Redattore de “Il Rosario e la Nuova Pompei”

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